Ignorare il benessere di chi cura: la cattiva abitudine che il mondo educativo non può più permettersi
Chi lavora ogni giorno con bambini e famiglie impara presto una cosa: il bisogno degli altri non aspetta. E così, quasi senza accorgersene, il proprio benessere scivola sempre in fondo alla lista. Non è debolezza, non è scelta consapevole. È una dinamica strutturale che attraversa tutto il mondo educativo italiano — e che ha costi reali, misurabili, non più ignorabili.
In Italia il disagio professionale colpisce in modo sproporzionato chi lavora nei servizi educativi. Secondo i dati INAIL, gli operatori dei servizi socio-educativi figurano tra le categorie con il più alto rischio di stress lavoro-correlato. Una ricerca pubblicata nel 2023 sull’Italian Journal of Pediatrics ha rilevato che oltre il 40% degli operatori dei servizi per l’infanzia mostra almeno un indicatore di esaurimento emotivo cronico.
Eppure la formazione professionale di educatori e pedagogisti in Italia dedica ancora uno spazio marginale alla cura di sé come competenza professionale. Si insegna a prendersi cura degli altri. Non ci si allena a farlo con se stessi.
Il benessere del professionista non è un privilegio: è una condizione di qualità del servizio
Un educatore o pedagogista che ha consumato le proprie energie emotive non offre lo stesso servizio di uno che sta bene. Non è un giudizio morale — è una questione funzionale. La qualità della relazione educativa dipende direttamente dalla disponibilità emotiva di chi la costruisce.
Quando quella disponibilità si svuota per accumulo di fatica non gestita, i primi a pagarne le conseguenze non sono i professionisti: sono i bambini, le famiglie, le persone accompagnate. Investire nel benessere di chi educa non è un gesto di attenzione verso una categoria: è una scelta strategica per la tenuta dell’intero sistema educativo.
Perché questa cattiva abitudine si è consolidata
Nel mondo educativo italiano resiste un’idea implicita — mai dichiarata, ma operativa — per cui il buon professionista è quello che “regge”, che non si lamenta, che trova sempre le energie. Il disagio viene letto come inadeguatezza individuale, non come segnale di un sistema sotto pressione.
A questo si aggiunge una carenza strutturale: pochissimi servizi educativi prevedono supervisione professionale sistematica o spazi di elaborazione collettiva. Non perché non servano — i dati dicono il contrario — ma perché non sono ancora considerati parte ordinaria dell’organizzazione del lavoro educativo. Il risultato è una forma di logoramento silenzioso che si normalizza, finché non diventa impossibile da ignorare.
Dalla consapevolezza individuale alla responsabilità condivisa
Cambiare questa abitudine richiede due livelli che devono agire insieme.
Il primo è individuale: ogni professionista ha la responsabilità di riconoscere i propri segnali di fatica e di considerare la cura di sé parte integrante della propria professionalità.
Il secondo è organizzativo: enti gestori, coordinatori e associazioni professionali devono smettere di trattare il benessere dei professionisti come variabile accessoria. Supervisione, peer support e formazione continua non sono costi aggiuntivi: sono condizioni di sostenibilità dei servizi nel medio termine.
È in questo contesto che si inserisce farealice26, il convegno nazionale promosso da Uppa — realtà che da 25 anni lavora a un approccio multidisciplinare all’infanzia, con una community di migliaia di professionisti dell’educazione, della salute e del sociale. L’edizione 2026, in programma a Roma il 7 e 8 novembre, mette al centro esattamente questo tema: il benessere di chi lavora ogni giorno con bambini e famiglie, trattato non come questione privata ma come responsabilità condivisa. L’evento si tiene con il patrocinio di ISS, Unicef e Save the Children.
Come pedagogisti di APP, crediamo che il benessere di chi lavora in educazione non sia negoziabile. È per questo che abbiamo scelto di sostenere farealice26 come partner: perché quella domanda — chi si prende cura di chi educa? — ci riguarda professionalmente e culturalmente. Abbiamo visto troppi colleghi arrivare al logoramento in silenzio, convinti che resistere fosse professionalità. Non lo è. Un sistema educativo che non si prende cura di chi ci lavora si indebolisce dall’interno, indipendentemente dalla qualità delle intenzioni.
Domande frequenti
D: Come faccio a capire se quello che sento è logoramento professionale o semplice stanchezza?
R: La stanchezza passa con il riposo. Il logoramento no — tende ad aumentare anche dopo una pausa. Se senti distacco emotivo persistente dal tuo lavoro, irritabilità difficile da gestire o una sensazione crescente di inutilità, vale la pena parlarne con un professionista.
D: Nel mio ente non esiste nessuna forma di supervisione. Cosa posso fare?
R: Puoi richiederla formalmente, portando dati e ricerche che ne dimostrano l’utilità organizzativa. Nel frattempo, gruppi di confronto informali tra colleghi possono svolgere una funzione parziale di contenimento.
D: Lo stress professionale degli educatori è riconosciuto legalmente in Italia?
R: Sì. Il D.Lgs. 81/2008 riconosce lo stress lavoro-correlato come rischio da valutare e prevenire in tutti i luoghi di lavoro, compresi i servizi educativi. Il problema è che nella pratica la valutazione rimane spesso formale e non genera interventi reali.
D: Parlare del proprio disagio al coordinatore può danneggiare la mia carriera?
R: Dipende dal contesto organizzativo. Dove esiste una cultura matura, segnalare il proprio stato è apprezzato perché permette interventi precoci. Proprio per questo il cambiamento non può essere solo individuale: deve essere sistemico.
D: Esistono eventi di formazione sul benessere professionale per educatori e pedagogisti in Italia?
R: Tra gli appuntamenti più rilevanti del 2026 c’è farealice26 a Roma il 7 e 8 novembre, promosso da Uppa con il patrocinio di ISS, Unicef e Save the Children, e con APP tra i partner. Info e iscrizioni: farealice.uppa.it
Questo articolo è redatto da APP – Associazione Professioni Pedagogiche. I nostri professionisti operano in tutta Italia nei contesti scolastici, familiari e sociali. Per consulenze e informazioni: associazioneprofessionipedagogiche.it

